La filosofia serve ancora?

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In questo articolo, proveremo ad argomentare la necessità della filosofia nell’odierno ipertecnologico, che pur essendo il risultato di conoscenze scientifico-filosofiche, sembra estrometterla nell’utilizzo dei suoi prodotti.

Imparare l’uso di computer, telefonini e altri dispositivi elettronici, costringe noi tutti ad utilizzare algoritmi (sequenze ben definite di istruzioni) e, pur tuttavia, nel nostro comunicare, nel dialogare tra parlanti, ne perdiamo il rigore, il formalismo. Si dirà: siamo esseri umani e non automi!

Verissimo, tant’è, siamo capaci di progettare, fabbricare, usare quei dispositivi a cui abbiamo dato vita ed imporgli un utilizzo conforme a scopi diversi,  all’interno di strategie, di un fare,  complesso. Noi, specie umana, siamo più di quanto produciamo, più dell’orgia dello scambio del mercato, e pur tuttavia, nell’analisi , nella comprensione, nella spiegazione , dei nostri prodotti:  sia materiali che immateriali, quindi,  del nostro pensare, agire, ci mostriamo improvvisamente posseduti, dall’ovvietà, dalla superficialità dell’apparenza, dall’accecante bagliore delle forme.

E’ questo,  un abito mentale inverso al contenuto scientifico-filosofico che ha permesso alla specie umana di conseguire le odierne conquiste tecnologiche, pertanto ingannevole, poco proficuo, non produttivo, non conforme allo scopo dell’analisi del possibile e delle alternative, che dispiega quell’insieme di strategie di migliore adattabilità storica della specie al Pianeta.

La Filosofia, intesa come gioco linguistico per simulare, l’analisi del possibile e delle alternative, che il pensare può virtualmente dischiudere,  ci soccorre e tenta di elidere le apparenze, i bagliori, riportando in auge forme e contenuti non più pregiudizievoli (nel senso di partito preso senza scelta). Ci svela come i nostri pregiudizi sono sempre dei partiti presi e come siano sostenibili, argomentabili, “come e in quanto scelta”. La Filosofia ci insegna che le scelte sottendono dei modi di vedere il mondo e pertanto è prudente conoscere la più ampia gamma di mondi possibili, quindi di scelte, già note alla storia degli uomini, alfine di compiere scelte conformi agli scopi prefissati. La varietà di mondi, di punti di vista, “di vedere il mondo e le scelte”, li incontriamo nella storia della filosofia, come teatrino della conoscenza, dove ogni attore (filosofo) sosterrà la propria scelta, il proprio partito preso. E’ la voce dei tanti e diversi filosofi, che consentirà ad ogni singolo umano di innalzarsi in ogni situazione al di sopra del proprio punto di vista, spesso istintivo, comparando tra le tante scelte suggerite. Perché la libertà di scelta, affinché sia tale, presuppone un sempre crescente spazio conoscitivo nonché un poter fare, agire.  La libertà non è mai libero arbitrio! E’ più coscienza della necessità,  sia materiale che immateriale, della specie.

La filosofia sottoponendo ad analisi i suoi oggetti (in senso letterale, perché separa, divide, analizza quel che naturalmente ci verrebbe da mettere insieme e segue quindi ognuno degli elementi così generati dovunque ci porti) , è capace di  produrre una diversità di strategie, di mondi, di modi di vita, in una parola, produrre diversità culturale;  e di produrre, fabbricare mondi possibili nel suo processo di sintesi. Le visioni, le storie, le scelte,  vengono impersonate dai filosofi : 1) a difesa dello status quo, possibilità e alternative sono un rischio per l’umanità, quindi vanno evitate ( filosofi conservatori, come. Aristotele, Kant); 2) Filosofi che hanno simpatia, che parteggiano per le alternative (una certa società, una certa pratica scientifica) che trovano migliori delle realtà sociali in cui si trovano a vivere (es. Platone, Marx); 3) filosofi che criticano ogni credenza e certezza conoscitiva e pratica della vita sociale,  finendo di costringere gli umani a confrontarsi con i tanti  altri modi in cui il mondo potrebbe andare. Questi non propongono, denunciano l’infondatezza di ogni presunta certezza, saggezza sociale, instillano “il dubbio” (es. Socrate, Nietzche) “metodico” su ogni istituzione (Stato, morale, religione) .

Questa schematica tripartizione dei filosofi come attori,  del teatro conoscitivo della storia della filosofia, costituisce quella visione del filosofo come astratto, irritante, dubitativo, provocatore, contestatore,  “ cattivo maestro”,  la cui utilità mestierante nell’oggi  è affermata dal suo essere capace  di esplorare, simulare, “possibili alternative” a condizioni date.

Con la sua professione, il filosofo, ci conduce fuori dal ristretto ambito delle nostre conoscenze personali.  Poiché, malgrado le certe differenze individuali, in quanto espressione di una stessa cultura, di una stessa epoca, spesso della medesima classe sociale, quelle differenze riguardano aspetti secondari dell’esistenza, questioni “di  gusto”, e non intaccano i grossi temi (Stato, morale, religione). Ciò che ai più pare ovvio, scontato,  per la filosofia diventa punto d’indagine!

Il filosofo è gestore,  commesso, creatore del supermarket  del  “possibile” e delle “alternative”  espresse in un avvincente e  colorato gioco linguistico.

La filosofia così caratterizzata costituisce, fonda, una “forma mentis” primordiale di atteggiamento conoscitivo generale che può in-formare anche la politica (intesa come capacità di risolvere problemi e di progettare il futuro) rendendola finalmente pluralista e laica. Per certo servirà ad evitare che il  già noto resti  sconosciuto; che le vie dell’inferno lastricate di buone intenzioni non collidano con le strade paradisiache di pessime realizzazioni; che l’ottimismo della volontà non debba sempre essere mutilato dal pessimismo della ragione!

Buona filosofia a tutti!

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