Ontologia, una branca della filosofia

ontologia

L’ontologia è una branca della filosofia che studia le modalità fondamentali dell’essere in quanto tale.

Con terminologia meno oscura tratteremo: “del ciò che vi è” e “del come diciamo esserci”; ossia di come noi umani nello spazio-tempo della nostra storia su questo pianeta,  in quanto animali linguistici, costruiamo le nostre più disparate versioni teoriche dei “mondi” che diciamo esserci e di come tentiamo di rendere conto dei fatti, degli eventi, che questi mondi, abitano, popolano. Cercheremo di spiegare,  rendere evidente,  la relazione che intercorre tra teoria e fatto e di come i fatti oltre ad essere a sostegno delle teorie , siano essi stessi carichi di teoria (theory-laden). Sosterremo che conoscenza, mente e significato sono parte del medesimo mondo con cui hanno a che fare e che vadano studiati con lo stesso spirito empirico che anima la scienza; non ci sono a priori, verità analitiche, punti di vista esterni (“occhio di Dio”), assoluti quindi, a cui appellarsi. Sosterremo che oggetti , come la nozione di classe, di insieme, siano altrettanto reali quanto la gente, i bastoni, le pietre. Guarderemo al metodo ipotetico-deduttivo che caratterizza la scienza come a un metodo per creare la verità piuttosto che come a un metodo per scoprirla, poiché la struttura sistematica della teoria scientifica globale non è determinata in modo univoco dai dati e pertanto affermeremo,  che lo scienziato è in verità creativo in quanto autore più che scopritore della verità. Dire che lo scienziato è creativo, poiché pone gli oggetti fisici ed avrebbe forse potuto produrre un sistema teorico diverso che si sarebbe adattato altrettanto bene a tutti i dati passati e futuri, non vuol dire falsificare la scienza o sostituirsi ad essa; vuole solo illuminarne la metodologia. Parliamo sempre all’interno di una teoria quando attribuiamo la verità (“è vero ciò che vi è”) e più in generale, predichiamo, classifichiamo, identifichiamo, compariamo.

Ontologia: in omaggio alla sintesi

Il nostro “ciò che vi è” (esiste un x)  è relato al  “come diciamo esserci” (tale che x ha proprietà,…); ossia l’essere, l’esistenza può affermarsi solo all’interno di una struttura concettuale , di una teoria. Tutta la nostra ontologia conoscitiva, il nostro sistema scientifico, è un ponte concettuale di nostra costruzione, collegante stimolazione sensoriale a stimolazione sensoriale; un modello tra gli infiniti possibili. E’ la  struttura ciò che ha importanza per una teoria e non la scelta dei suoi oggetti, che sono tutti teorici (elettrone quanto pietra); questi servono solo da “nodi neutri” in quella struttura e possiamo permutarli o sostituirli a nostro piacimento purché quella struttura venga conservata enunciato per enunciato. Le nostre  reali richieste alla nostra teoria scientifica globale nei confronti del mondo sono semplicemente che esso sia strutturato in modo tale da assicurare le sequenze di stimolazioni che la nostra teoria ci autorizza ad aspettarci; la nostra teoria potrà rivelarsi errata per il fallimento di osservazioni da essa previste. Il metro di giudizio, la conferma della verità delle teorie soggiace alla difficoltà umana: “ la fallibilità dell’induzione e del metodo ipotetico-deduttivo nell’anticipare l’esperienza”.  Ma è una confusione supporre di poter stare in disparte e riconoscere come vere nei loro vari modi tutte le ontologie alternative, come reali tutti i mondi considerati, possibili, ossia tutte le infinite interpretazioni semantiche di un modello. E’ una confusione generata dall’identificare la verità col  sostegno evidenziale. Quando il sostegno evidenziale conduce ad ampliare le teorie scientifiche o a sostituirle, non diciamo che la verità cambia; diciamo che erroneamente abbiamo supposto vero qualcosa  e che abbiamo imparato meglio.

In sintesi

le nostre ontologie si possono predicare, caratterizzare, raccontare, solo e solamente dall’interno di una teoria e del suo linguaggio; ed è solo all’interno di tale struttura concettuale che possiamo parlare di significato, di riferimento, in generale di “ciò vi è”.

La misura di un ontologia, la sua fondatezza, diventa allora la validità della sua teoria, della struttura concettuale che la esprime.

Quanto sinora affermato trova la sua profonda ragione nella natura del nostro linguaggio e nel modo in cui noi lo apprendiamo (“i canali attraverso i quali acquisiamo il linguaggio teorico sono gli stessi attraverso i quali l’osservazione fornisce la base per la teoria scientifica. Ciò è inevitabile, poiché la lingua è un prodotto umano e le locuzioni della teoria scientifica non possiedono alcun significato oltre a quello che conferiamo loro quando impariamo ad usarle”). Noi, bambini, apprendiamo il nostro linguaggio partendo dagli enunciati osservativi (periferia osservativa del linguaggio) e ci avventuriamo verso il suo interno, il luogo degli enunciati teorici, dove diventa esprimibile la scienza. Questo percorso d’apprendimento per prova e correzione sociale che ci conduce al nostro dialogo corrente non è lineare, ma si fonda su salti di analogia. In tale apprendimento possiamo contare solo sulle circostanze pubblicamente riconoscibili e sul comportamento manifesto: non abbiamo un accesso diretto alle menti altrui, non esiste la telepatia; vuol dire affermare che non ci sono significati, né identità né distinzioni di significato oltre a quelli impliciti in un comportamento manifesto dei parlanti.

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