Americo Russo racconta le sue canzoni di rock dialettale

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Americo Russo

Oggi intervistiamo Americo Russo, cantautore impegnato nella musica alternativa e dialettale. 

Noi lo abbiamo conosciuto nelle serate estive cilentane, alla fine della sua esperienza nel gruppo da lui fondato nel 2002 “Statale 18”.

Dal 2011, infatti, ha lasciato la sua tanto amata creatura musicale per dedicare del tempo a sé e alla sua vita.

A che età hai iniziato?

A soli 17 anni facevo le mie prime esperienze da palco con il gruppo di Musica Popolare “I Briganti del Cilento”. Era partito come un gioco, perché mi dicevano di avere una voce potente ed intonata. Io pensavo che difronte ad un pubblico mi sarei intimidito, anche perché nella vita non sono mai stato un tipo sfacciato. Magicamente, però, già dalla prima volta, ho capito che non avrei mai provato così tanto piacere nel fare qualcosa.

Quali erano le tue influenze musicali?

A quell’età ascoltavo di tutto, ero una spugna. Naturalmente, preferivo i cantautori italiani (De Andrè, De Gregori, Gaber, Vasco Rossi). Ascoltavo anche parolieri alternativi come Jovanotti (quello mi accompagna ancora) e tanto rock internazionale, come Queen, U2 e Pink Floyd.

Poi, cosa hai fatto?

Dopo quelle prime esperienze, il regista Giuseppe Rizzo mi ha offerto un musical, interpretando Pulcinella in “Suone, viche e suonne” da lui diretto. Abbiamo portato questo spettacolo in numerose piazze, ma – nonostante la ritenga la mia esperienza artistica più formativa – il mio amore per quel genere si è presto affievolito. 

Successivamente, sono stato chiamato da Peppe Cirillo a lavorare in un gruppo che era la costola del mio primissimo. Anche questo prendeva il nome “Briganti”, dimostrando una chiara matrice tradizionale e popolare. Le canzoni erano quasi tutte inedite ed è stato un periodo meraviglioso della mia vita. Partecipare agli arrangiamenti e alla costruzione dei pezzi mi ha permesso, poi, di lanciarmi nella scrittura e costruire qualcosa di mio. E’ durato più di tre anni e – nonostante l’addio non fu dei migliori – lo ricordo sempre con grande nostalgia. 

Quando nascono gli Statale 18?

Subito dopo questa esperienza, mi sono preso del tempo per scrivere, per creare, per esprimermi. Nonostante le mie conoscenze musicali (in termini di musica scritta o letta) fossero limitate, ho trovato immediatamente il mio genere di scrittura. Tutto era riportato a quello che oggi viene definito “urban” ma che, a quei tempi (2001), non aveva definizione, né era tanto praticato.

Ero stufo delle sonorità popolari, ma non volevo perdere la “verve” e la potenza del dialetto.

Nel frattempo, avevo conosciuto Lillo De Marco, che mi diceva sempre di fare qualcosa di nostro, di tornare in pista e presentare finalmente un prodotto che nel Cilento non si era mai sentito. Gli feci ascoltare i pezzi a cui stavo lavorando (Veleno e ‘A sai longa a canzone), mi ricordo che gli fischiettai la melodia per portarlo nel mood. Lui partì subito a razzo, formando una band di musicisti con i quali anche io avevo già avuto collaborazioni.

Ecco, così sono nati gli “Statale 18”.

Perché il nome Statale 18?

Questa strada è una delle più importanti arterie di collegamento tra Campania e Calabria. Io immaginavo la nostra musica proprio come quella strada: unione, collegamento, opportunità. Il dialetto non era un limite, ma una risorsa.

Il messaggio sociale delle nostre canzoni aveva solo l’origine locale, poi diveniva globale, si sovrapponeva a tutte le lingue e a tutte le culture.

Come si è evoluto il progetto?

Noi volevamo sempre più far conoscere le problematiche del sud Italia attraverso le nostre canzoni. Avviandoci per quella strada, acquisivamo consensi ma anche molte critiche. La maggior parte del pubblico vuole una musica leggera, spensierata (questo anche a ragione).

Bisognava dire le cose, ma con suoni e melodie che percepissero il gusto giovanile. Io credo che ci siamo riusciti per un bel po’. Poi, come spesso accade, il giocattolo si rompe e tutto si perde nel tempo.

Dopo il disco “Sudditimai”, non abbiamo avuto vita lunga. Le aspettative non erano state ripagate e il treno sembrava passato per tutti.

Ci aspettavamo un salto, ma siamo restati nel nostro solito circuito cilentano. Le occasioni ci sono state, ma non le abbiamo colte. Ricordo che la BMG, avendo ascoltato al Nautilus  il mio pezzo “A sai longa ‘a canzone (Bush)”, voleva acquisirne i diritti. Purtroppo, non essendo pronti a questo tipo di proposte, siamo rimasti con un pugno di mosche.

Questo ti ha portato a lasciare tutto improvvisamente?

Assolutamente sì. Bisogna saper dire basta! E’ triste e anacronistico dover presentare lo stesso repertorio per più anni allo stesso pubblico. Troppo semplice e autoreferenziale.

Per noi sarebbe andata così, ecco perché decisi di darci un taglio netto. Quello che dovevamo dare, lo avevamo già proposto abbondantemente. In questi casi è meglio ritirarsi con onore, anche per cristallizzare principalmente i momenti belli.

Io la vedo così… ma sicuramente sbaglio. Tutto questo, però, non ha prodotto in me rimpianti, doveva andare così e sono felice di tutto ciò che è stato fatto.

Potrà tornarti la voglia un giorno?

Non credo, ma mai dire mai. Certo, dovrà essere un innamoramento folle come lo era stato per il progetto “Statale 18”. Chi vivrà vedrà!

Al momento mi sono limitato a raccogliere nel mio canale YouTube tutti i brani che mi sono restati nel cuore. Un omaggio alla memoria dei bei tempi andati da lasciare ai miei figli e a quelli che venivano ovunque ai nostri concerti.


Playlist su YouTube dei brani scritti e interpretati da Americo Russo:

Playlist su YouTube delle interpretazioni di brani live:

 

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