Coronavirus: Saramago in “Cecità” aveva previsto tutto

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Coronavirus e le attinenze con il libro “Cecità” di Josè Saramago

Il coronavirus ha finalmente svelato la fragilità della nostra società super tecnologica.

Leggendo il tam tam di notizie allarmanti e sconvolgenti su questa epidemia inaspettata e violenta, viene in mente un saggio della letteratura del Premio Nobel Josè Saramago, dal titolo “Cecità”.

Ebbene, Cecità è un libro che si fa divorare in pochissimo tempo, tanto è scritto bene.

Il fatto inquietante è che rappresenta l’esatta fotografia della storia dell’umanità degli ultimi tempi.

La nostra società ci ha reso mentalmente ciechi, tanto da non vedere quello che abbiamo davanti agli occhi in ogni singolo momento della vita.

Similitudini col coronavirus

I libro parla di un’epidemia di cecità che, partita dallo studio di un medico oculista, si diffonde in tutta la città attraverso una reazione a catena rapidissima.

Per porre rimedio, le autorità governative ordinano la quarantena per tutti i soggetti colpiti dal virus, contenendoli in un manicomio dismesso, all’interno del quale i malati devono badare a loro stessi senza assistenza.

Questo ex manicomio diventa un luogo infernale, dove persone senza la vista non riescono a eseguire nemmeno le cose più elementari.

In mezzo a loro, però, si camuffa l’unica vedente, la moglie del medico oculista.

Questa donna si prodiga a vegliare sui malati e li aiuta nel sopperire all’handicap.

La conseguenza di questo stato e la legge della sopravvivenza, però, rende i personaggi aggressivi e deprecabili.

Si ritorna alle leggi primordiali, dove il più forte ha la meglio.

Tra gli interdetti si formano gruppi di ciechi incattiviti che tentano di approvvigionarsi delle scorte alimentari e farne un uso privatistico.

Il loro scopo è chiaro: usare la sopravvivenza come mezzo di ricatto per rendiconto personale.

In queste situazioni anche il sesso ritorna ad essere basico e legato ad istinti animaleschi, tanto da spingere i detentori del potere ad abusare delle donne in cambio di cibo.

Ma proprio le donne, alla fine, si ribellano ed appiccano il fuoco nell’ex manicomio, in modo da riuscire a salvarsi e a scappare all’esterno.

I protagonisti, però, trovano una città desolata, immersa nell’immondizia, con gente per strada morta e gang di ciechi che razziano tutto.

L’eroina del romanzo, la moglie dell’oculista, riesce a salvare tutto il suo gruppo, facendo loro seguire semplici regole di buon senso, basate sulla concordia e la collaborazione.

Alla fine, tutti i ciechi sopravvissuti ritrovano la vista, senza una ragione medica e senza un preavviso, proprio nel modo in cui l’avevano persa.

La morale

L’autore lascia la morale nelle parole di uno dei protagonisti, il dottore da cui era partito tutto.

Lui dice: “Perché siamo diventati ciechi, non lo so. Forse un giorno si arriverà a conoscerne la ragione… secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo. Ciechi che vedono, ciechi che pur vedendo non vedono”.

Saramago aveva visto 25 anni prima quello che oggi accade con il coronavirus o con altri virus ancora da venire.

Con il suo libro ci invitava gia nel 1995 a fare i conti con le nostre ataviche contraddizioni (vedo/non vedo).

Non possiamo più farci omologare e lasciarci distrarre la vista, ma dobbiamo lottare per una società consapevole, una società non più succube di governi guidati dalle multinazionali.

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